Tesla robotaxi rallenta: la flotta si riduce mentre Waymo accelera

Il mercato dei robotaxi sta entrando in una fase più concreta e, proprio per questo, più severa. Dopo mesi di promesse, il confronto non si gioca più sulla narrativa, ma su numeri di flotta, continuità del servizio e capacità di scalare in modo affidabile. Oggi il divario tra Tesla e Waymo è soprattutto qui: la prima mostra una base operativa che si è ristretta fino a circa 20 veicoli attivi senza conducente, la seconda ha superato le 500 mila corse autonome settimanali ed è presente in 10 grandi mercati metropolitani statunitensi.
Una flotta Tesla più piccola del previsto
Il dato che colpisce di più non è solo la dimensione assoluta della flotta, ma la direzione. La rete Tesla dedicata al ride-hailing autonomo ha toccato il suo picco tra dicembre 2025 e gennaio 2026, per poi scendere in modo progressivo. Oggi il segmento completamente senza supervisione risulta composto da 20 veicoli attivi nell’ultima settimana, distribuiti soprattutto in Texas: 14 ad Austin, 3 a Dallas e 3 a Houston. Considerando anche l’intera attività di ride-hailing, il totale arriva a 34 veicoli attivi, un volume modesto per un progetto che doveva incarnare la scalabilità immediata della guida autonoma.
Il punto non è soltanto quantitativo. Quando una flotta sperimentale si riduce invece di allargarsi, di solito il problema non è la domanda in sé, ma la difficoltà di mantenere standard operativi stabili. In un servizio robotaxi, ogni veicolo in più non è solo un asset: è un moltiplicatore di chilometri, casi limite, interventi di sicurezza e complessità logistica. Se il sistema non regge questo aumento, la conseguenza è una frenata strategica prima ancora che commerciale.
Perché la crescita di Tesla si è inceppata
La spiegazione più credibile è che la validazione della sicurezza stia prevalendo sull’espansione. In questa fase, Tesla sembra muoversi con un approccio prudente: geofence stretti, aree limitate, operatività molto controllata e nessun reale salto di scala. È un segnale importante perché smentisce una delle idee più diffuse sul settore: non basta avere una tecnologia di assistenza avanzata per avere un servizio robotaxi funzionante. Serve una combinazione di software, mappatura, gestione delle eccezioni, manutenzione, supervisione regolatoria e fiducia pubblica.
Un altro mito da sfatare è che il valore del progetto dipenda solo dal numero di auto in strada. In realtà, una flotta piccola può essere già utile se lavora bene, ma il salto da dimostrazione tecnica a impresa commerciale richiede continuità, domanda sostenuta e soprattutto una curva di crescita costante. Il fatto che la flotta Tesla non stia crescendo suggerisce che la parte più difficile non è stata ancora risolta: trasformare una promessa di autonomia in un sistema di mobilità ripetibile su larga scala.
Waymo accelera con una logica opposta
Waymo sta seguendo un modello meno spettacolare, ma molto più industriale. La società dichiara di offrire oltre 500 mila corse completamente autonome a settimana, tutte su veicoli elettrici, e afferma di aver servito milioni di viaggi elettrici autonomi nel tempo. Nel 2025 ha più che triplicato il volume annuo fino a 15 milioni di corse, superando i 20 milioni di viaggi complessivi dalla nascita del servizio. Inoltre, i suoi veicoli hanno percorso quasi 200 milioni di miglia autonome e la piattaforma opera 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
Questo spiega perché Waymo stia guadagnando terreno: non sta solo testando l’autonomia, la sta già vendendo come servizio. È una differenza sostanziale. Il robotaxi non è un concept da presentazione, ma una macchina operativa che deve garantire tempi di attesa, copertura territoriale e qualità costante. Waymo ha già esteso la presenza a 10 mercati metropolitani e sta preparando ulteriori espansioni nel 2026, compreso l’obiettivo di superare 1 milione di corse pagate a settimana entro fine anno.
Il vero discrimine: scala, non slogan
Il confronto tra Tesla e Waymo mostra due filosofie quasi opposte. Tesla ha puntato su una visione più aggressiva, con l’idea che il software potesse scalare rapidamente una volta raggiunto un certo livello di maturità. Waymo ha invece costruito un percorso più lento, ma progressivo, basato su ridondanza hardware, geografie selettive e una forte attenzione alla sicurezza operativa. Il risultato, per ora, è che la seconda ha un business visibile e misurabile, mentre la prima resta confinata in un perimetro più ristretto del previsto.
Per i lettori, la lezione è semplice: nell’autonomia non vince chi promette di più, ma chi riesce a mantenere il servizio quando aumentano i chilometri, i passeggeri e i casi imprevisti. La tecnologia resta decisiva, ma la vera sfida è industriale. Ed è proprio su questo terreno che Waymo, oggi, appare più avanti.
Il punto chiave
La frenata di Tesla non segnala la fine del progetto robotaxi, ma evidenzia quanto sia difficile farne un servizio realmente scalabile. Waymo, al contrario, sta convertendo l’autonomia in numeri di utilizzo, corse e mercati serviti. Nel 2026 il settore non premia più solo le dichiarazioni di principio: premia chi mette in strada più veicoli, li fa lavorare di più e li tiene operativi con continuità.

