Crisi filiera auto: perché il 2026 rischia di essere l’anno più difficile
Il 2026 non è un anno qualunque per l’industria automobilistica; è il momento in cui le proiezioni teoriche della transizione ecologica impattano violentemente contro la realtà dei bilanci industriali e delle tensioni geopolitiche.

Se il 2024 è stato l’anno dei dubbi e il 2025 quello dei primi scricchiolii, il 2026 si configura come un vero e proprio “punto di non ritorno”.
Ecco un’analisi lucida dei fattori che rendono quest’anno il più complesso dell’ultimo secolo di storia dell’auto.
La tempesta normativa: Target $CO_{2}$ e revisione 2035
Il 2026 è l’anno della verità per i target di emissioni imposti dall’Unione Europea. Le case automobilistiche si trovano quindi ora strette in una morsa: da un lato, l’obbligo di abbattere drasticamente la media delle emissioni della flotta venduta per evitare multe miliardarie; dall’altro, un mercato che non assorbe i veicoli elettrici (BEV) ai ritmi previsti.
Proprio in questi mesi, la Commissione Europea sta affrontando la clausola di revisione dello stop ai motori termici per il 2035.
Sebbene si parli di aperture tecnologiche ai biocarburanti e agli e-fuel, l’incertezza normativa ha già paralizzato gli investimenti: il 57% delle aziende della filiera dichiara oggi di non investire più in innovazione di prodotto, bloccato dall’impossibilità di pianificare a lungo termine.
Geopolitica e Dazi: La sfida cinese entra nel vivo
Mentre l’Europa discute di regolamenti, i costruttori cinesi (BYD, Xiaomi, MG) hanno completato la loro fase di espansione.
Nel 2026, la “guerra dei dazi” ha raggiunto un picco paradossale: le tariffe protettive fino al 35% non sono bastate a fermare l’import, spingendo i giganti asiatici a localizzare la produzione direttamente in Europa.
Il rischio del 2026 è una sovrapproduzione strutturale: le fabbriche europee lavorano a ritmi ridotti mentre i nuovi impianti cinesi in Ungheria e Polonia iniziano a sfornare vetture a costi che la manifattura tradizionale non può pareggiare.
Questo scenario sta erodendo i margini di profitto dei marchi storici, costretti a sconti aggressivi che bruciano cassa proprio quando servirebbe per la ricerca.
Il “caso Italia”: Stellantis e il collasso della componentistica
In Italia, la crisi assume toni drammatici. Stellantis ha registrato cali produttivi che riportano il Paese ai livelli del secondo dopoguerra, con previsioni per il 2026 che faticano a vedere la soglia delle 400.000 unità prodotte.
La vera vittima è però la filiera della componentistica: le eccellenze italiane che per decenni hanno dominato la meccanica di precisione (motori, trasmissioni, scarichi) si trovano oggi davanti a un bivio.
Senza un massiccio piano di riconversione e con il rinvio di progetti chiave — come la Gigafactory di Termoli — molte imprese rischiano di chiudere o di essere acquisite per cifre irrisorie, portando a una deindustrializzazione permanente di intere regioni.
L’illusione dell’elettrico per tutti
Il 2026 ha sancito la fine dell’elettrificazione “coatta” alimentata solo dagli incentivi. Con la fine dei sussidi statali in molti mercati chiave (Germania in primis) e tassi di interesse che restano elevati, il consumatore medio ha voltato le spalle alle BEV, preferendo l’usato termico o le ibride.
Questo ha creato un buco nei bilanci delle case che avevano scommesso tutto sull’elettrico puro. Marchi come Ford e Mercedes hanno già annunciato oneri straordinari per miliardi di euro legati al ridimensionamento dei piani elettrici. Il risultato è un mercato frammentato, dove la mobilità nuova e sicura sta diventando un privilegio per pochi, mentre il parco circolante continua a invecchiare pericolosamente.
Una via d’uscita: Il pragmatismo tecnologico
Nonostante il pessimismo, il 2026 potrebbe essere l’anno della riscossa del pragmatismo. Il settore sta virando verso piattaforme multi-energia capaci di ospitare diversi tipi di motorizzazione.
Il futuro non sembra più essere solo “batteria o niente”, ma un mix dove l’ibrido avanzato, l’idrogeno per i trasporti pesanti e i carburanti neutri offrono una transizione più sostenibile economicamente.
La sopravvivenza dei marchi europei dipenderà dalla loro capacità di proteggere il “saper fare” meccanico mentre accelerano disperatamente sul software, il vero nuovo campo di battaglia dove la Cina è ancora avanti.

